“Il futuro è tutto nelle potenzialità dei blog.
Ma i giovani ignorano chi minaccia il Web”

Intervista di Gabriele Beccaria a Robert Cailliau
LA STAMPA, TuttoScienze, 3 ottobre 2007
«Wikipedia? Non è quello che volevamo avere». Adesso incombe come l’enciclopedia unica, che accentra conoscenze invece di disperderle, umiliando la filosofia originaria della Rete. E le giovani generazioni – aggiunge – non si preoccupano affatto dei gorghi del Web, che assorbono dati e li inghiottono chissà dove, fino ad approdi che potrebbero diventare pericolosi. Loro, però, hanno prontamente afferrato un’altro punto: che i blog offrono possibilità mai viste di libertà, le stesse che lui immaginò quando la Babele elettronica che oggi ci droga emetteva soltanto segnali premonitori.
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| Robert Cailliau, 1947 |
Robert Cailliau, brillante sessantenne, evoca il passato e allo stesso tempo punzecchia il futuro di Internet, disseminando provocazioni con un inglese fluente che non tradisce le sue origini belghe. E’ uno dei due uomini che al mondo può farlo meglio di chiunque altro. Con il britannico Tim Berners-Lee è l’inventore del sistema ipertestuale che in origine doveva permette l’accesso facile ai documenti prodotti a ritmo continuo dal Cern di Ginevra e che quasi subito, sfuggendo ai limiti imposti dai creatori, si è mutato in Internet. Invitato alla conferenza stampa di presentazione del Festival della Scienza di Genova, si presenta al «Globe», la sfera lignea che incombe davanti a uno degli ingressi del Cern, il laboratorio numero uno di fisica delle particelle, dove si lavora a ritmi forsennati. Ancora otto mesi e – si incrociano le dita – sarà completato il «Large Hadron Collider», il Grande collisore di adroni che, facendo scontrare i protoni a una velocità prossima a quella della luce, dovrà svelare una serie di interrogativi sulla nascita e sulla «tenuta» dell’Universo. Intanto l’universo di Cailliau continua imperterrito la sua velocissima espansione e, come il Big Bang originario è imbozzolato in una nebbia di ipotesi, il momento iniziale del Web resta ugualmente controverso.
«Me lo chiedono sempre e dò sempre la stessa risposta: non è mai esistita una “prima pagina Web”. E’ una questione irrilevante. Ci sono state, invece, tante prime pagine, nelle quali venivano pubblicati documenti giorno per giorno, esattamente come accade con i blog di oggi».
I «grillanti» di casa nostra si sentiranno lusingati. I blog – spiega – «incarnano l’idea di Web che avevamo in origine, come strumento di condivisione di conoscenze e di informazioni, ma anche come fonte di saggezza».
L’effetto è un contagio democratico che si accompagna alla globalizzazione dei prodotti e – altra sorpresa – se Wikipedia l’ha deluso, Cailliau si dichiara ottimista sui giganti come Google e eBay: «Non sono il male che molti indicano con angoscia. In realtà forniscono enormi piattaforme sulle quali gli individui si muovono e si esprimono».
Ora fanno soldi e le azioni di questi colossi valgono miliardi, ma, quando Internet era un organismo fragile, neonato, il Big Business gli voltò le spalle.
«Non ci crederete. Eppure, per una volta, i burocrati della Commissione europea furono più svelti degli imprenditori a capire che cosa stava accadendo».
E nemmeno i reporter, che dovrebbero essere addestrati ad annusare gli indizi del futuro, si dimostrarono all’altezza.
«Ricordo una reporter, che all’inizio degli Anni 90 mi aggredì così:
“Come faccio a raccontare una cosa del genere? Non è abbastanza sexy!”». Nemmeno Cailliau, d’altra parte, si è arricchito con la sua intuizione. I miracolati di Internet appartengono tutti alle seconde, terze e quarte generazioni.
«Io non ho scritto un software, semmai ho stabilito uno standard, indipendentemente da qualunque applicazione commerciale».
E, d’altra parte, nemmeno al Cern esistevano fondi sufficienti per spingere le innovazioni informatiche e così, per un effetto paradossale, la Rete ha iniziato la deriva libertaria che ancora oggi, nonostante i ripetuti tentativi di imbrigliarla, la caratterizza come un esperimento senza precedenti, non meno stupefacente di quelli con le particelle dell’infinitamente piccolo che hanno reso celebre l’anello sotterraneo di Ginevra.
«Immaginavo la Rete come uno strumento sociale e, oggi, vedo con piacere che tutti discutono di Web-democrazia».
Con luci e ombre, com’è inevitabile. Cailliau ironizza sulla quantità di micro-operazioni che siamo costretti a eseguire al computer, dalle prenotazioni dei viaggi all’e-banking, e che un tempo erano affidati a personale specializzato («Che fatica! Lo so bene»), e allo stesso tempo si inorgoglisce per la mobilitazione digitale che tiene l’attenzione puntata sulle violenze nell’ex Birmania della giunta militare. Il mondo non è più lo stesso e nemmeno quello della scienza, dove ricercatori alle prime armi e Premi Nobel intrecciano in continuazione i loro dati e dove chiunque è istantaneamente raggiungibile con un colpetto di mouse.
«Dove stiamo andando? E’ la domanda classica e al momento non ho una vera risposta». Cailliau preferisce stilare un elenco di preoccupazioni. La cosiddetta Web-neutrality, per esempio, e poi il controllo crescente su informazioni che, invece, dovrebbero restare libere. Lo inquietano anche l’indifferenza dei ragazzi e delle ragazze per questi problemi e il diluvio di dati che spesso finiscono per soffocare l’informazione, anziché esaltarla. «Intanto cresce l’ossessione per il Web semantico, che dovrebbe organizzare i files in modo sempre più intelligente. Ma, per ora, non sembra succedere niente. Forse è uno di quei casi in cui si prepara qualcosa sotto la superficie e nessuno riesce a vederlo. Io preferisco concentrarmi sui blog e sul loro potenziale. Bisogna solo lasciarli cuocere ancora per un po’».
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